Sul problema della didattica con i bambini

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In tutte le discipline sportive e/o artistiche i metodi di insegnamento per i bambini si differenziano molto rispetto a quelli per adolescenti o adulti. È più che comprensibile, per una serie di motivi abbastanza evidenti.
Uno è per esempio il fatto che si tratta di individui in fase di sviluppo, e non uno sviluppo qualsiasi. L’età che essi stanno vivendo determinerà in maniera fondamentale come e quale saranno le caratteristiche fisiche e posturali del giovane uomo. La salute sarà forse la prima cosa che ne risentirà: basta questo a lasciarci notare l’importanza della didattica rivolta ai bambini.
Un secondo elemento è quello delle prestazioni. Pensate agli sport di squadra. Il basket è ben diverso dal minibasket, dove i canestri devono essere più bassi. Stessa cosa per il calcio, dove ad esempio un campo per la categoria Allievi (under 16) è più lungo di un campo per i Pulcini (8-11 anni), che per altro nemmeno giocano mai 11 contro 11. La categoria Giovanissimi è quella under 15: tra questa e la Allievi ci sono solo un paio di anni di differenza, il che è indicativo del fatto che la perfomance è determinante nello stabilire la categorizzazione. Ovviamente il fattore età è l’evidente collegamento con l’elemento sviluppo di cui scrivevo prima. Un portiere dei pulcini difficilmente riuscirà a coprire bene una porta regolamentare, che a lui sembrerà un’autostrada, rispetto a un allievo alto già 1,80.
Un altro elemento potrebbe essere la maturità psicologica e sociale, che rende necessario il relazionarsi con persone più o meno coetanee. Un ragazzo di 13 anni guarda già le ragazze con il bassoventre, mentre un bambino di 8 anni è immerso nel suo mondo d’amore platonico (anche se oggi è veramente possibile di tutto). Il linguaggio, gli interessi e le esigenze sono troppo diverse. Pensate altrimenti: si arriva per cominciare l’allenamento e Francesco di 8 anni sta raccontando a Luca di 9 che ha appena comprato i lanciaragnatele di Spider-man e se quindi più tardi vuole andare a casa sua a giocare ai supereroi, quando ad un tratto arriva Edoardo di 14 anni detto “Eddie er vendemmia” a causa della sua eccessiva passione per il vino e li saluta «Bella zio! So’ arivato a manetta co’ ‘a moto che c’ereno in giro li sbirri».
La necessità di moduli didattici ad hoc per ragazzi di età anche minimamente diversa è evidente. Nel nostro mondo, però, quello delle magiche Arti Marziali, esiste un altro parametro molto importante. Il rapporto del ragazzo con la propria aggressività e il suo sviluppo e gestione. Sottovalutare questo aspetto può dare origine ad una serie di problemi e situazioni molto difficili da gestire, in cui ci si può anche fare male. Senza contare le conseguenze che queste potrebbero avere nel momento in cui subentrano i genitori.

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Facciamo innanzitutto una differenza: tra le arti e gli sport. Quasi tutti gli sport possono essere facilmente praticati come fossero giochi, spesso anche dagli adulti. Il gioco del calcio o quello del Basket, giocare a pallavolo. Meno intuitivo con i 100 metri piani, ma se pensate ad un allenamento di atletica di ragazzi di circa 10 anni di età vi accorgerete come sia abbastanza immediato costruire circuiti che siano per loro sia allenanti che divertenti. Con le arti è invece molto più difficile. Un professore di chitarra jazz avrà un bel da fare per rendere un gioco una lezione di solfeggio, così come un maestro di pianoforte classico. A scuola di canto sarà difficile giocare e credo anche divertirsi durante l’esecuzione vocale di una scala maggiore nello studio dell’intonazione. Forse più semplice quando si studia teatro o pittura, ma anche lì scherzare troppo significa uscire fuori dalla parte o disegnare Superman invece che la Gioconda.
Eccoci: esistono almeno due discipline che sono sia uno sport sia un’arte. Una è la danza, la “regina” classica e le “ancelle” moderne/contemporanee. Quanto si può giocare con essa? La rigidità e severità dei maestri di danza è risaputa: non si scherza. Sangue dalle dita dei piedi, ma si sta sulle punte perché «chi bello vuole apparire un poco deve soffrire». Quando però la fragilità psicologica della giovane età crolla di fronte all’autorità dell’insegnante idealizzato come fosse un dio, ecco che per il gioco e il divertimento c’è poco spazio: pensate ai disturbi del comportamento alimentare che imperversano tra le giovani ballerine, mai abbastanza magre sul palco. Studiare seriamente al punto di affamarsi per raggiungere l’ideale estetico della danzatrice aggraziata e perfetta: mica il Monopoli.

kung fu pandaLa seconda siamo noi: le arti marziali. Ed eccoci all’ aggressività. Se insegnate Wushu moderno avrete facilità immediata nel rendere divertente e giocoso l’apprendimento di calci e forme. Basta che i vostri allievi abbiano visto Kung fu Panda e che voi sappiate lasciarli immedesimare nel fascino di tigri e draghi orientali e si divertiranno come matti. Questo è un altro indizio del fatto che il Wushu moderno sia realmente uno sport e non tanto un’arte marziale. Però anche voi coach di moderno dovrete pagare un tributo al fatto che siete marziali di origini: i vostri tigrotti devono imitare una tigre che combatte, non che si lecca le zampe o che beve all’ombra di un albero in una foresta. E dovrete raccontare come combattono la gru e la mantide, che sono diverse. D’altronde, dopo Kung fu Panda anche i vostri piccoli allievi sanno benissimo che il Kung Fu o Wushu che sia serve per essere guerrieri Dragone e per combattere. Mentre voi potrete però restare sul teorico fiabesco, chi insegna tradizionale dovrà far capire subito ai ragazzi che si muovono per imparare cose che dovranno poi applicare. Qui sorgono i primi problemi: creare lo spirito giusto, l’atmosfera adeguata per giocare anche con le applicazioni. E se poi fanno anche Sanda, bisogna per davvero saper lavorare bene. Non si tratta solo della pratica in palestra: verosimilmente, con un maestro attento i ragazzi di guarderanno bene dal fare bravate. Bisogna saper insegnare loro che anche fuori dal kwoon devono onorare la via del guerriero e non andare in giro a malmenare compagni antipatici con la forma della tigre. Poi ci sono loro, quelli che tengono corsi di Wing Chun o Jeet Kune Do per bambini. Sono quelli messi peggio: dopo le 3 forme base di Wing Chun c’è ben poco con cui giocare, e comunque è un gioco noioso stare fermi in piedi a fare una Siu Nim Tao. Molto più bello sentirsi una mantide in Cha Chui, sicuramente. E il Chi sao? Bisogna trovare un sistema per non far azzuffare i giovani aspiranti Ip Man appena perdono il giro “destra-sinistra/sinistra-destra” con cui cominciano e cercano di entrare. Altrimenti tra Faak Sao e qualche involontario finger jab agli occhi ci si può fare parecchio male.
Giocare come fosse uno sport per uno studio serio che onori l’arte. Ardua impresa, ma anche per questo non vi chiamano «Mister» come nel calcio, «Coach» come nel Basket o «Trainer» come nelle palestre. Voi siete i loro Maestri. Come tali, bisogna essere all’altezza di tale appellativo e riuscire a far crescere i giovani guerrieri Dragone per poi lasciarli diventare i nuovi Bruce Lee o Ip Man. Tra il gioco e lo studio, lo sport e l’arte, il divertimento e l’apprendimento. Tra Kung fu Panda ed Enter the Dragon.

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