Quanto un´arte marziale può cambiarci?

Di Mark Bonifati
tao

Un post sull’impatto delle arti marziali sul praticante di certo non è cosa originale. Molte persone si avvicinano al Karate o all’ Aikido giapponesi, al Taekwoondo coreano o a qualcuno degli innumerevoli stili di Kung Fu mossi da qualcosa di più della curiosità o della semplice scelta di fare movimento. Lasciamo da parte anche gli aspiranti guerrieri, i sostenitori convinti dell’esclusiva importanza che la difesa personale avrebbe come unico vero obiettivo di un arte marziale: i praticanti insomma per cui se qualcosa non serve è già di per sé uno schifo. La nostra rubrica Vivere di kung fu, curata da Cristian Gosti, che ha saputo dare un interessante contributo al progetto “The greatest lesson from the martial arts” di Tim Johnson, è nata sulle riflessioni di Cristian intorno ad un aspetto molto particolare delle arti marziali: il pervadere l’intera vita del praticante. «Si è artisti marziali anche nella vita» è un detto che sembra echeggiare in ogni dove.
Può però voler dire un sacco di cose. Ad esempio che di fronte alle difficoltà della vita non bisogna arrendersi e mai mollare, metafora del guerriero; può indicare la capacità di mantenere l’equilibrio e la calma in situazioni dove tipicamente si perderebbero le staffe, metafora sicuramente dell’equilibrio yin-yang taoista, della serenità del guerriero che resta concentrato ma tranquillo durante il combattimento. Ancora: il rispetto dei valori umani veicolati dall’etica di taoismo, confucianesimo, buddhismo, scintoismo, induismo, etc.
Tutto questo è molto bello, ma come ogni cosa ha il suo contraltare. Il fascino dell’oriente fa parte di quell’ “effetto di ignota novità” che ci rapisce quando ci avviciniamo ad una cultura “altra”. Il rischio è a mio avviso quello di cancellare sé stessi, lanciare la propria personalità nel rogo dirompente di un orientalismo estremo. Dimenticarsi chi si è significa pretendere che valori e tradizioni abbiano un significato oggettivo, proprio perché non c’è nessuna soggettività interpretante l’oggetto interpretato. Se fossimo storici dell’oriente di professione, potremmo anche azzardarci a sostenere qualcosa del genere (e anche qui però con riserve). Se però si tratta di valori vissuti nel senso di cambiamenti che una certa arte induce nel nostro profondo, la soggettività non può essere messa da parte. Insomma: nell’esperire l’oriente dovremmo partire da noi stessi, e noi siamo occidentali. In questo modo le virtù esotiche dell’antropologia asiatica possono fare proprio il lavoro che esse stesse pretendono di svolgere: partire da sé per lasciar ritornare a sé. L’arte in senso stretto è quindi mezzo e percorso, non fine e arrivo. All’inizio del cammino c’è quel che si troverà alla fine: la soggettività umana specifica. Me stesso, voi stessi. Evoluzione, cambiamento e miglioramento. Nel percorso non bisogna però dimenticare il punto di partenza, pena il non saper dove si può arrivare davvero. Nasce qui, però, un problema che bisognerà prima o poi affrontare: se ad un certo punto l’arte arriva a pervadere tutto l’essere umano, può esso viverla come un hobby, uno svago, una mera aggiunta facoltativa alla propria vita? La vita è forse uno svago tout-court? Lascio spazio alle vostre riflessioni, sempre ben accette, prima di tentare di dare la mia risposta al nuovo problema.

4 thoughts on “Quanto un´arte marziale può cambiarci?

  1. Bellissimo post, che lascia spazio a mille riflessioni.
    Penso di aver capito cosa vuoi dire, ed è una questione su cui fare molta attenzione.
    Personalmente ho cominciato col wushu moderno in una palestra in cui si curava molto l’aspetto marziale e della disciplina, in cui si incitavano gli allievi a dare il massimo, a superare se stessi, ad avere fiducia in se stessi. Ciò mi aiutò molto in fase adolescenziale, essendo di carattere molto timido e riservato, e questo dimostra come l’autodifesa sia certamente uno degli obiettivi e aspetti del kung fu, ma non il fine ultimo e nemmeno l’unico elemento utile.
    Certo il tradizionale è arte della guerra, di conseguenza l’aspetto marziale, del combattimento, a mio parere deve essere di primaria importanza, ma non di UNICA importanza; non è un caso che molti agonisti di sport da ring si consumano fisicamente e sono pieni di acciacchi, mentre si vedono maestri anziani di arti marziali tradizionali muoversi come ventenni, col pieno controllo del proprio corpo.

    Sul discorso della cultura e filosofia orientali concordo sul pericolo di volersi a tutti i costi immedesimare in un qualcosa che non si conosce fino in fondo se non si vive in un determinato contesto. Personalmente amo certi aspetti (non tutti) della cultura cinese, in particolar modo Taoismo e Confucianesimo, eppure rimango un uomo dell’occidente che vive in occidente; si possono trovare tantissimi spunti in altre culture, e penso si possa adottare un certo stile di vita ispirandosi ad alcuni precetti di filosofia orientale, ma sempre nei limiti della nostra personalità, delle nostre origini. Il problema è però molto complesso e si potrebbe scrivere un libro sull’argomento, io stesso sono a volte confuso sul grado di influenza dell’oriente e su cosa e quanto possa assimilare senza annullare me stesso.
    Chiedo scusa per la lunghezza del commento!

  2. Mark, il tuo è un monito che andrebbe recitato come un mantra da tutti i praticanti di arti marziali orientali, ma anche dai praticanti di altre discipline (come yoga, qi gong, etc..).. Non siamo orientali!! dobbiamo farcene una ragione: siamo occidentali.. Come dici tu il modo migliore di utilizzare questi strumenti, che sono le discipline orientali, è renderli autenticamente propri, renderli frutto di una spontaneità disciplinata ma “vera”, non imitata e ostentata, sull’onda di una moda o di una “fantasia esotica”.
    Quello che dici è importante e dovrebbe essere considerato costantemente da chi, come noi, si accosta con passione a filosofie e discipline lontani dalla propria sfera socio-culturale; ma è altrettanto importante in qualsiasi disciplina che abbia come fine l’acquisizione di una abilità, perchè l’acquisizione di una qualsiasi abilità inizia dalla scoperta di sé stessi.
    Bravo Mark! belli gli spunti, chiara e sincera l’esposizione
    NOSCE TE IPSUM direi 🙂
    Un abbraccio

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