Be water? Be Kobe! Il Jeet Kune Do nel cesto

Kobe BryantAncora arti marziali e pallone, ma questa volta invece che calci e reti trattiamo di palleggi, rimbalzi e cesti. La stella del Basket NBA Kobe Bryant è infatti un grande appassionato di arti marziali ed a quanto pare pratica anche Jeet Kune Do.

Kobe Bryant E certo che è quasi “figlio d’arte”, visto che nonno Bruce decise di incarnare l´arte dell´intercettare il colpo in un certo Kareem Abdul Jabbar. Ricordate il tizio all´ultimo piano della pagoda che Bruce risalí in tutina e scarpe Tiger Mexico 66 gialle? Quello nero altissimo, che gli lasciò sulla suddetta tutina un front kick da numero 50. Pochissimi sanno che, se in quella stessa pagoda Lee sconfisse il Kali di Inosanto e l´Hapkido coreano di Jea Han Jea, Jabbar fu chiamato per permettere a Bruce di sconfiggere la sua stessa creazione: il Jeet Kune Do. Come a dire: <<Io non credo nei sistemi, e infatti ho sbagliato a fare il Jeet Kune Do. E adesso, che è diventato un sistema come gli altri, ho bisogno di sconfiggerlo e liberarmi di lui proprio come suggerivo di fare a voi dal Karate classico>>. Ecco, quel “lui” era Jabbar.

E Kobe non è da meno: anche lui vuol fare il Jeet Kune Do-man. E sapete? È anche italiano. Lui, dico, non il Jeet Kune Do: si sa mai che qualche Maestro di quelli delle frasi in calce tipo <<Eh, e poi io ho fatto 600000 anni di pratica e ho fatto la guardia giurata, il buttafuori, il corso allo SWAT, il Man in Black dell’FBI ed il vigile urbano in corso Orbassano>> tiri fuori che il Jeet Kune Do è italiano perché l’ha inventato lui. Bryant è figlio d’arte anche fuor di metafora: il padre è un ex cestista che ha giocato proprio in Italia, dove quindi Kobe visse fino all’età di 13 anni circa (cfr. wikipedia). Il giovane va in America per frequentare il liceo e diventa subito una star del Basket. La giovane promessa, direi anche mantenuta, a 18 anni approda nell’NBA e si comincia a parlare del suo grande talento.

Kobe BryantMa mica per scherzo: qualcuno ipotizzò si trattasse del nuovo Michael Jordan. Forse proprio Jordan no, ma il ragazzo è bravo sul serio: al Michael nazionale (Jordan, non Jackson) gli sta con il fiato sul collo per quanto riguarda prolificità di punti. Ancora deve arrivare, e già i Los Angeles Lakers lo bloccano con un contratto: nasce una bandiera. Da lì in poi Kobe diventa la stella di Los Angeles e la carriera è un’ascesa verso l’Olimpo dei vari Jordan, O’Neil, Magic Johnson etc. Ah, certo: per ritornare a noi, Jabbar. Che si vedeva bene che giocava a basket, visto che un paio di volte in The game of death a preso per la testa la gente con qualcuno dei suoi ganci cielo (che non sono pugni, ma tiri a canestro inventati proprio da lui).

scarpe nikeJabbar è stato il primo giocatore di Basket a dare il nome ad un paio di scarpe dell’Adidas, dopo che nel 1980 vinse il premio MVP (Most Valuable Player, miglior giocatore). Anche Bryant ha dato il nome ad un modello di scarpe della Nike: le Nike Zoom Kobe. In realtà non è un modello, ma una vera e propria linea di scarpe della Nike in cui figurano moltissimi modelli. La cosa più interessante è che il cestista ne ha voluto uno da chiamare Kobe IX em Bruce Lee: un tributo ad uno dei suoi miti. Ovviamente gialle e nere, ma anche di diversa fattura. Si notano però chiaramente i quattro graffi degli artigli di Enter the dragon e l’autografo di Bruce Lee sul retro. Bryant compare anche in diversi documentari sulla vita di Lee e gli sono state fatte alcune interviste sulla sua passione per il Jeet Kune Do. Sembra che abbia studiato principalmente il lineage di Jerry Poteet. Kobe ha poi deciso di auto-conferirsi un soprannome abbastanza eloquente, in occasione dell’inaugurazione di una serie di orologi a lui dedicata: Black Mamba’s clock! Scarpine gialle, completini che oscillano tra il giallo Lakers e quello leeiano, soprannome della Thurman di Kill Bill… ci sta: Kobe è affascinato dalle arti marziali.

Abbiamo detto Jeet Kune Do, per la precisione. Secondo Kobe Bryant il Jeet Kune Do lo ha aiutato molto nel suo gioco nella pallacanestro. I movimenti di intercetta dell’avversario e di intuizione dell sue intuizioni sono in linea con la filosofia marziale di Bruce Lee. Bryant sostiene che proprio come nelle arti marziali, anche nel basket ci siano tantissimi “stili” di gioco, ognuno basato su qualche genere di regola. Ecco, “il Jeet Kune Do in lunetta” è invece un modo di giocare istintivo, semplice ed economico, che non si basa sulla previsione delle mosse dell’avversario come se esse fossero stereotipate. Nessuno sa cosa succederà esattamente, quindi non serve porre troppe regole. Lee è stato una grande fonte di ispirazione in quanto grande artista, e anche Shannon Lee, figlia di Bruce, va spesso alle partite dei Lakers.

Kobe Bryant Un altro "guerriero" ispirato dall’arte marziale, un bravo ragazzo che ha però ricevuto un’accusa di stupro. Accusa poi ritrattata, a quanto pare, che ha però messo seriamente i bastoni fra le ruote alla carriera di Bryant. Speriamo sia stato tutto falso: le arti marziali dovrebbero essere portatrici di valori. Va beh, tanto se è tutto vero va bene lo stesso: dei valori tutti si indorano la bocca, ma poi se ne scordano abbastanza spesso.

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