La crisi esistenziale del guerriero

monaco preghiera

«Crisi»: una parola ultimamente in gran voga. Quasi da nausea, e la cosa decisamente più nauseante è che è vero. Nel senso: quando si ripete milioni di volte qualcosa, ad un certo punto si banalizza e diventa un luogo comune. «Si stava meglio quando si stava peggio» e cose del genere. Insomma: la crisi esiste davvero ed è una cosa seria, ma ogni volta che ne sentiamo parlare ci sembra una banalità di cui parlano tutti. Roba poco originale.
La crisi di cui parlo influisce sulle arti marziali e sul Kung Fu perché ne riduce la popolarità, dal momento che svuota i corsi e le palestre. Oggi però vorrei scrivere su un altro genere di crisi, che ritengo essere cosa tanto seria quanto poco banale. Roba originale. Mi rivolgo ai praticanti marziali, quelli artisti per davvero. Quelli che cominciano a studiare Wushu, Jeet Kune Do, Wing Chun, Shaolin ma anche Karate, MMA o Krav Maga e si ritrovano a cambiare stile di vita, adottando quello «del guerriero». Gente che mangia in modo sano e compatibile con il culto di un corpo dedito alla propria arte, che non ha stravizi tali da poter fargli saltare un allenamento dopo una sbronza o cose simili. Quelli che riflettono sul loro praticare costantemente e non solo in palestra.

pensatore

Non vi siete mai svegliati una mattina con una domanda in testa, tipo «ma perché diavolo devo spendere tutte queste energie in ore di allenamento e ricerca per seguire la via del guerriero? Non c’è mica la guerra. Studiare sodo, porsi questioni, segui quel maestro, prenditi le frustrazioni tipiche dello studio delle cose difficili. Ma non posso stare a casa, la sera, con il mio piatto di spaghetti e la TV? Dopo una giornata di lavoro sfiancante, vale davvero la pena sbattersi così tanto?». Io spesso. Probabilmente succede a tutti quelli che vivono fino in fondo qualcosa, così intensamente e senza freni da perdersi completamente in essa. Da scomparire, tanto che non è più l’uomo che pratica l’arte ma è l’arte che si esprime attraverso l’uomo come se quest’ultimo fosse un semplice strumento. La penna, l’inchiostro per la poesia e non più il poeta. Perdere la propria identità perché si è dato tutto lo spazio all’arte.

In problematiche del genere c’è spesso una certa ciclicità. Periodi di grande pratica, miglioramenti e notevoli salti di qualità alternati a momenti di stallo e umore quasi depresso. Quella mattina arriva e ai piedi del tuo letto non trovi più il senso della tua arte. Dal momento in cui hai deciso di essere così dedito ad essa da non concedere spazio e dignità simile ad altro, ti ritrovi vuoto. La depressione ha sempre a che fare con il grigio del vuoto più che con il nero del cattivo umore in sé. Quella è al massimo tristezza, ma si è ben più che tristi quando si è vuoti. Magari puoi essere triste o di cattivo umore quella sera che ti alleni e non sei soddisfatto perché sei molto esigente con te stesso. Cosa ben diversa è però fare un movimento o un’applicazione e notare che si è spenti e meccanici. Come un operaio che lavora 20 ore al giorno e fa sempre lo stesso gesto: nei primi anni del 900 venivano chiamati lavoratori «alienati», vittime della visione taylorista del lavoro inteso come mero processo produttivo da massimizzare a tutti i costi. Alienati da quell’arte è proprio esserne vuoti perché svuotati: come il gesto dell’operaio che avvita sempre gli stessi bulloni nello stesso modo per 20 ore al giorno e per anni, noi che abbiamo dato all’arte tutti noi stessi al punto da perdere in essa la nostra identità ci troviamo annullati dal gesto. Che non è ora un bullone, ma uno Zheng Ti Tui del Wushu moderno, un Faak Sao del Wing Chun , una delle 10 mani che uccidono dell’ Hung Gar Kuen, la forma Beng Bu del Qixing Tanglang quan, una delle cadute dello Shaolin Ditangquan. O una liberazione da un grappling o da un tentativo di trapping in stile Jeet Kune Do. Non sentiamo più il nostro modello, la nostra guida e obiettivo che ci spinge a studiare per essere come lui: Jet Li, Ip Man, Wong Fei Hung, Yang Li Sheng, il monaco del tempio o anche Tyson, Van Damme o Steven Seagal. E ovviamente Lui, quello con la L maiuscola: Bruce Lee. È sparito. Ci ha costretto a cominciare a fare sul serio in palestra dopo averci shockato durante la nostra infanzia con calci laterali devastanti e strane vocalizzazioni che accompagnavano i suoi colpi mortali, e ora è sparito. Forse sta semplicemente zitto: Chen non terrorizza più nessuno né in Oriente né in Occidente.

bruce lee
Allora corri a recuperare magari i suoi film o documentari, per vedere se per caso ricomincia a urlare. Ma nulla: ha più o meno lo stesso effetto di Altrimenti ci arrabbiamo con Bud Spencer e Terence Hill.
Sono momenti seri e difficili, e non credo che chi vive il Kung Fu come un hobby o uno svago possa capire. Se uno non va al cinema perché gli passa la voglia a metà giornata, non ne farà probabilmente una questione esistenziale. Nemmeno se salta la serata in pizzeria. O un giro per fare shopping. Ma se siete una persona malata di shopping compulsivo e avete reso le compere la ragione della vostra vita, vedrete che perdere un’uscita sarà una catastrofe. Se non avete mai vissuto queste ossessioni, non potete capire. Esattamente come non potrete farlo se non vivete come tale la vostra arte marziale.

Bisogna stare attenti alle ossessioni. Va benissimo studiare seriamente: una cosa è l’arte e una cosa un passatempo. Ma quando ti viene l’ansia quando si avvicina l’ora dell’allenamento, e ti cresce ad ogni calzino e Feyue che indossi vuol dire che si è andati troppo oltre. La mia umile opinione, che può essere un consiglio solo per chi volesse, è che a quel punto dobbiamo fermarci e riflettere. Ritrovare noi stessi, la nostra individualità sotto l’arte. Noi non siamo l’Hung gar o il Wing Chun, nemmeno quello personale che pratichiamo (nel senso: il nostro modo di praticarlo). Gli stili presi per sé non esistono, senza qualcuno che dia loro vita praticandoli. Siamo noi a farli esistere, e non il contrario. L’uomo è più importante dello stile, come diceva Mr. Lee. Si tratta di farlo tornare a parlare ricordandoci di questa sua frase. Vorrei aggiungere: se il vostro è un grande Maestro, in quei momenti saprà starvi vicino come si deve e più e meglio di ogni altro.

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7 Comments

  1. Buongiorno Mark,
    a tutti possono capitare periodi migliori e peggiori, compresi quelli di “smarrimento totale”. Il KungFu che pratico io (come tanti altri) è basato sulla “vecchia” filosofia tradizionale Taoista e quindi periodi come questi sono perfettamente organici al nostro percorso della Via.

    Credo non esistano risposte facili o preconfezionate, ma mi hai fatto venire in mente quel detto cinese che recita “D’inverno, quando non serve l’ombra, l’albero perde le foglie”. Se sentiamo di attraversare un periodo del genere quindi a mio parere è naturale che sentiamo il bisogno di raccoglierci in noi stessi, far “cadere le nostre foglie” e aspettare la primavera.

    Allo stesso modo il Tao ci insegna che non si può pretendere, ad esempio, di mantenere per sempre un elevato livello di passione e di pratica (“Un vento impetuoso non dura un intero giorno”). La difficoltà credo sia nel rendersi conto che quelli che sembrano solo dei proverbi da libro stampato abbiano poi un riscontro reale nella nostra vita mettendo alla prova la nostra capacità di comprenderli ed accettarli veramente.

    P.S.: Complimenti in generale per gli interessanti articoli che mi ritrovo spesso a leggere. Per tua informazione ero intervenuto solo un’altra volta in forma anonima citando un detto del mio Maestro di Stile, Master Gin Foon Mark ( rispondeva alla domanda su quando sia il momento giusto per combattere se ricordi…). Un saluto e continua così!

    • Ciao Umberto,

      i tuoi complimenti e la tua attenzione mi fanno tantissimo piacere, e ancora di più leggere il tuo pensiero in merito a una cosa che a mio avviso è molto importante per un vero artista. La vita diventa arte, per uno che ne sposa l’essenza, e sono perfettamente d’accordo con te che sia importante riconoscere nel “periodo no” una determinante yin (o yang, a seconda del punto di vista) di una pratica che per essere armonica ed equilibratamente duratura (come il tuo vento). qualcosa di fisiologico, quindi.

      Mi fa tantissimo piacere se ci leggi, ma ancora di più se posti le tue opinioni!

  2. Salve,
    mi avvicino per la prima volta a questo sito ed è interessante scoprire riflessioni umane che spesso sono nascoste dalla maschera del guerriero o del maestro.
    Già perchè queste maschere ricche di aspettative servono ai giovani come esempi da seguire ma se poi li vogliamo veramente aiutare a diventare uomini più maturi e migliori devono lasciare spazio a posizioni più sincere ed oneste.
    Quando allievo sarà finalmente in grado di vedere veramente il proprio insegnante avrà sicuramente una forte delusione perchè i modelli sono alti e al limite dell’inverosimile. Ma poi se riusciranno a superare questa delusione e avranno la determinazione di continuare, potranno finalmente percorrere il vero percorso marziale quello della propria crescita ma soprattutto dell’espressione del sè.
    Stesso discorso vale per il guerriero.
    Solo quando questa figura sarà vista come irraggiungibile per una persona comune nel XX secolo in periodo di pace, allora si potrà trarne veramente un beneficio, guardando non più al guerriero ma ai propri limiti, alle proprie esigenze, alle nostre aspettative e cercare di rendere questa disciplina un modo per renderci persone fiere che credono e combattono con onore le proprie “battaglie” non più di pugni ma di principi e valori, persone in grado di camminare a schiena dritta.
    Una volta qui, con l’attenzione dentro di noi, il desiderio di sembrare un temibile guerriero con scarpe made in china o il desiderio di essere un maestro dagli abiti sfavillanti che sa parlare solo attraverso la bocca di Confucio….sparirà.
    Le “ossessioni” svaniranno per lasciare spazio ad un percorso che come tale è fatto momenti buoni e meno buoni ma che se coltivato con passione porterà a renderci migliori.
    Complimeti a tutti per le riflessioni, è stato un piacere leggervi.

    • Molto interessante la tua riflessione riguardo la delusione dell’allievo e l’infrangersi delle sue aspettative quando il Maestro (per la prima volta) è visto senza la maschera “del superuomo” … Condivido anche l’idea che l’arte marziale richiede sincerità.

    • La demistificazione del Kung fu in quanto a efficacia, poterisovrannaturali, figura del maestro e sua intoccabilità è una delle mission più tipiche di Kung fu life, e in quanto tale il disincantamento della figura del guerriero irraggiungibile che è anche maestro di vita.

      riconferire l’umanità al maestro lo rende a nostro avviso ancora più meritevole di essere considerato tale: il suo diritto di sbagliare, di prendersi un colpo ma anche di fare un errore nella vita sono aspetti molto più importanti. ripetere parole scritte sul tao o citazioni di confucio basta imparare a leggere, sono capaci tutti.

      grazie per i complimenti! se ti fa piacere, questo nostro post tratta proprio di quello che citavi tu:

      http://www.kungfulife.net/blog/errare-humanum-est-perseverare-autem-diabolicum-voi-che-dite/

  3. Quello che dici è semplicemente vero e nella sua semplicità sta la sua grandezza. Oggi non so quanti veri “malati” di arti marziali siano rimasti, credo pochissimi. Il 99% fa arti marziali solo per difendersi in strada da fantomatiche aggressioni e molti insegnanti puntano solo sull’efficacia nella vita reale. Gli allievi capiscono presto che per la strada (che non si trova su Google Maps) basta una bomboletta al peperoncino e lasciano il corso. Di malati siamo rimasti in pochi, io ho 42 anni e pratico da quando ne avevo 5, spesso ho avuto la nausea da arte marziale ma poi, dopo una pausa, il gusto della pratica è tornato. Grazie per il tuo articolo. Marco

  4. Pingback: Alimentazione. Come deve mangiare il marzialista?

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